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Il linguaggio pubblico italiano, negli ultimi decenni, ha subito una trasformazione profonda e silenziosa.
Le parole con cui si parla di politica, economia, istruzione, amministrazione non derivano più dal nostro lessico storico, ma da una matrice esterna, anglosassone, spesso impersonale e autoritativa.
Questo cambiamento non è il segno di un naturale aggiornamento. È il sintomo di una perdita.
Parole come stakeholder, performance, governance, asset sono entrate nel vocabolario istituzionale, scolastico e aziendale senza mediazione, senza traduzione, senza interrogazione.
Li accogliamo come segnali di efficienza, di modernità, di competenza, e raramente ci chiediamo cosa davvero dicano.
Ma in molti casi non si tratta nemmeno di concetti nuovi: sono parole di origine latina, tornate da noi con pronuncia anglofona e senso mutato.
È il caso di media e plus, ormai usati come prestiti inglesi — mìdia /ˈmiːdiə/, plas /plʌs —quando sono, in realtà, parte viva della nostra lingua fino a ieri.
Lo stesso vale per focus, bonus, forum, campus, status: termini antichi, riemersi in contesti aziendali, scolastici, giornalistici come segnali di modernità, ma riconosciuti solo dopo essere passati altrove.
È come se la nostra lingua potesse essere ascoltata solo quando non ci somiglia più.
Il paradosso diventa ancora più evidente nei luoghi in cui l’Italia è più riconosciuta al mondo: la moda, il cibo, il saper fare.
Il marchio “Made in Italy” è formulato in inglese, come se una formula italiana non potesse uscire nel mondo..
Il movimento “Slow Food”, nato per salvaguardare la tradizione gastronomica italiana, ha scelto un presunto nome internazionale per difendere un’identità locale.
Anche qui, ciò che è più nostro si presenta in abiti altrui, come se per essere riconoscibile dovesse sembrare straniero a noi.
Non è una questione estetica o terminologica. È una questione culturale.
Una difficoltà a riconoscere il proprio valore senza doverlo prima tradurre.
Questo slittamento non nasce da un’imposizione esterna. Trova spazio in un vuoto culturale interno.
La scuola, l’università, la formazione pubblica hanno smarrito, nel tempo, la capacità di costruire un linguaggio proprio.
L’abbandono del modello formativo precedente – ritenuto compromesso, obsoleto, verticale – ha lasciato il campo a una lingua funzionale, tecnica, apparentemente neutra.
Ma nessuna lingua è neutra. Ogni parola porta con sé un modello di mondo, un ordine implicito, un sistema di priorità.
Il risultato è una cultura pubblica che parla un linguaggio estraneo.
Un linguaggio che si presenta come internazionale, ma che spesso serve a rendere opachi i rapporti reali di potere.
Dove prima c’erano parole chiare – responsabilità, autorità, giudizio, preparazione – oggi ci sono formule flessibili, adattabili, continuamente riconfigurabili.
Si perde il significato, ma si mantiene il tono. Si finge precisione, ma si ottiene solo deferenza.
Questa trasformazione ha un impatto concreto. Il cittadino medio si muove in un discorso che non capisce e non controlla, mentre l’esperto parla una lingua che serve a rassicurare i pari, non a spiegare.
L’amministrazione imita modelli esterni che non conosce, ripetendo parole che sembrano esatte, ma che spesso sfuggono anche a chi le usa.
Tutto questo non è marginale.
È il riflesso di una lunga disabitudine all’elaborazione autonoma.
Il linguaggio pubblico italiano si è allontanato dalla realtà proprio mentre si allontanava dalla propria storia culturale.
E nel momento in cui ha smesso di riconoscere le proprie parole, ha smesso anche di riconoscere sé stesso.