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La cultura italiana del secondo dopoguerra viene spesso descritta come una stagione viva, pluralista, intellettualmente ricca. In parte lo è stata. Ma ciò che si tende a dimenticare è che quella stagione non nacque da una rifondazione, bensì da una sopravvivenza. I decenni successivi al 1945 furono abitati da generazioni che avevano ancora un legame diretto con il mondo precedente: nella formazione, nei riferimenti, nel modo di pensare.
Dopo la guerra, l’Italia non ricostruì un pensiero autonomo. Decise, piuttosto, di chiudere una fase della propria storia. Il mondo umanistico classico, la tradizione filosofica idealista, la visione della cultura come fondamento della nazione vennero considerati irrimediabilmente compromessi. Non furono discussi: furono accantonati. Non per sostituirli con qualcosa di nuovo, ma per timore che la loro continuità suonasse come una legittimazione implicita del passato politico recente.
Per questo, la cultura italiana del dopoguerra si muove fin da subito dentro un’ambiguità. Da un lato, continua a vivere grazie a figure formate prima della frattura: insegnanti, scrittori, filosofi, giuristi, artisti che portavano con sé un’idea di serietà e profondità ancora ancorata a un’etica della forma. Dall’altro lato, si comincia a costruire un immaginario che guarda fuori: a modelli stranieri, a ideologie importate, a paradigmi che vengono assunti più per reazione che per convinzione.
Questa ambiguità ha retto per circa trent’anni. Ha permesso all’Italia di mantenere una produzione culturale di livello, ma senza più una vera continuità interiore. Il pensiero ha resistito per inerzia, non per nuova elaborazione. La scuola ha tenuto grazie a chi era stato formato in un altro mondo. L’università ha funzionato finché ha potuto contare su chi parlava ancora da una base solida. Ma nel tempo, tutto questo si è esaurito.
Quando quella generazione è uscita di scena, a partire dagli anni Ottanta, non è subentrato un nuovo mondo. È subentrato il vuoto.
Il pensiero critico si è rarefatto. Il dibattito si è trasformato in schieramento. La cultura ha smesso di interrogare la realtà: ha iniziato a sorvegliarla.
Per molti interpreti della cultura italiana, quel vuoto sarebbe nato con la televisione commerciale e con il modello culturale di Silvio Berlusconi, accusato di aver abbassato il livello del dibattito e svuotato il Paese. Ma quel modello ha potuto imporsi proprio perché il terreno era già sgombro. Non ha sconfitto una cultura viva: ha occupato lo spazio lasciato da una cultura che non aveva più eredi.
L’illusione che “negli anni ’70 c’era cultura, poi è arrivata la TV spazzatura” è comoda, rassicurante, ma infondata e, in definitiva, utile solo a mitigare la realtà. Il declino era già in atto, ed è stato accelerato dalla combinazione di diversi fattori: il venir meno delle ultime generazioni formate nel mondo prebellico, l’ingresso di nuove leve cresciute in una scuola che aveva smesso di trasmettere profondità, e l’abbandono progressivo di modelli autonomi di pensiero in favore di modelli esterni.
Oggi non assistiamo alla crisi di una grande stagione. Assistiamo al collasso di una finzione. La finzione che dopo il 1945 l’Italia abbia dato vita a un nuovo mondo culturale. In realtà, quel mondo non è mai nato davvero. È vissuto grazie alla coda lunga di ciò che si voleva superare. Ma senza una vera elaborazione, la frattura si è allargata. E ciò che resta è una cultura che non ha più memoria di sé.
Chi, leggendo, obietta che il dopoguerra ha prodotto voci alte — Pavese, Calvino, Eco, Moravia, Nervi, De Chirico, Guttuso, Fellini, Antonioni — basta che si chieda in che anni sono nati, da quale scuola sono usciti, quale lingua li ha formati. Tutti nati prima della guerra, tutti formati da una cultura che non è quella che si è voluta rimuovere.
E dopo? Chiediamoci con onestà: quale figura italiana ha segnato l’immaginario internazionale negli ultimi quarant’anni? Quale corrente letteraria, quale scuola filosofica, quale rinnovamento artistico, quale movimento teatrale o cinematografico è nato in Italia e ha parlato davvero al mondo? Chi saprebbe oggi indicare una nuova voce italiana capace di orientare il pensiero contemporaneo?
Se il Nobel alla Letteratura è considerato uno dei metri più realistici del livello culturale di una nazione, basta questo dato: gli ultimi italiani sono stati assegnati cinquanta anni fa (Montale, classe 1896) e ventotto anni fa (Fo, classe 1926).