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Ci sono parole che, più delle altre, dipendono dal tempo in cui sono nate, che si formano per indicare una relazione, non per descrivere un oggetto: dicono da che cosa ci si separa, mai che cosa si è.
“Antifascismo” è una di queste.
La sua forma la lega irrimediabilmente a un movimento di opposizione.
Il prefisso che la apre – anti – si appoggia a ciò che nomina dopo, formando il suo significato per contrasto e non portando con sé un contenuto proprio.
Questo meccanismo è comune a molte parole del linguaggio politico, che tendono a definirsi attraverso la tensione, il dissenso, la distanza.
Ma la lingua, come la storia, ha bisogno di equilibrio tra ciò che afferma e ciò che distingue.
Una parola costruita solo per negazione, senza un fondamento positivo, infatti, rischia col tempo di perdere il legame con la realtà che l’ha prodotta, soprattutto quando la realtà a cui si oppone non c’è più, venendo sostituita da una sua immagine, da una traccia, da un’eredità che, pur cambiando forma, continua a esercitare una presenza.
È in questa zona intermedia che la parola “antifascista” ha trovato, nel tempo, nuove funzioni. Non più solo reazione a un pericolo concreto, ma segno identitario e appartenenza simbolica a un codice condiviso.
Nel passaggio dalla cronaca alla memoria, dal conflitto alla narrazione, quella parola ha iniziato a valere anche al di fuori del contesto che l’aveva generata, continuando a circolare, ma in un paesaggio diverso.
Nel nuovo paesaggio che si è formato dopo la fine del conflitto, la parola ha progressivamente smesso di indicare un’urgenza, per diventare una soglia.
Non più strumento per reagire a qualcosa di presente, ma misura silenziosa per stabilire chi può parlare e chi no, chi appartiene e chi resta fuori, diventando un indicatore morale, una metrica implicita: in altri termini, una parola che non chiede di essere capita, ma accettata.
Ma una parola che nasce da un’urgenza e poi si ritrova in un tempo che quell’urgenza non la vive più, è costretta a cercare nuovi appoggi.
Più il suo significato iniziale si allontana, più ha bisogno di qualcosa che la fondi nuovamente, che la mantenga attiva, pronunciabile, necessaria.
E così, per non cadere, finisce per affidarsi a ciò che ne aveva giustificato la nascita, ma in forma diversa: non più come presenza storica, ma come possibilità permanente; non più come minaccia visibile, ma come inclinazione, tratto, disposizione.
È in questo passaggio che la negazione assume un altro volto, e il riferimento a cui si oppone non è più un fatto, ma diventa una tendenza.
Non è più qualcosa che accade, ma qualcosa che si crede possa sempre riaccadere.
Un ritorno che non dipende dalle condizioni esterne, ma da qualcosa che vive nelle persone. Non nei gesti, nelle scelte, nelle azioni — ma in una natura.
E così la parola, che nasceva per separare, comincia a sorvegliare, non indicando più ciò che si è voluto evitare, ma ciò che si teme di essere.
E il rifiuto si sposta: da un’idea politica a una condizione, non più contrasto storico,
ma sospetto sull’umanità stessa dell’individuo.